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C'è un'età per la logopedia ?
Enrico Dolza Graziella BedonniAssistiamo ad una consuetudine abbastanza consolidata di "dimettere" le persone sorde dal servizio di logopedia nel corso della scuola secondaria superiore, e allo stesso modo, all'impossibilità dei servizi di offrire un servizio continuativo a quei giovani adulti che arrivano da altre parti del mondo.
Abbiamo incontrato Graziella Bedonni, esperta logopedista bolognese, e chiediamo a lei : "C'è un'età per la logopedia? O invece, come sostengono alcuni, superata una certa età, i 16, 17 anni, diventa del tutto inutile?"
C'è dunque un età giusta per fare logopedia?
"Per rispondere devo definire la logopedia, che è relazione di aiuto che ha come oggetto la comunicazione e il linguaggio. Tale relazione ha come interfaccia un bisogno specifico a cui si risponde con un percorso mirato, specializzato, che ha obiettivi verificabili. E i bisogni non cessano di esistere nelle diverse età evolutive, al massimo differiscono le modalità di intervento".
Quindi secondo lei non esiste né un "troppo presto", né "un troppo tardi" per l'intervento logopedico.
"Esattamente. C'è invece la necessità, partendo da una conoscenza multidisciplinare del soggetto, di individuare il "come" e il "che cosa". Il concetto del "è troppo presto" è legato alla concezione che il bambino debba maturare determinate capacità attentive, cognitive e relazionali"
Ma queste capacità sono prerequisiti o componenti della relazione di aiuto logepedica?
"Penso siano componenti e quindi abilitabili (attenzione, memoria, cognitività) attraverso lo svolgersi della relazione comunicativa stessa, verbale e non verbale".
Rispetto al "troppo tardi" invece cosa ne pensa?
"Anche un intervento più tardivo può migliorare la qualità della vita della persona sorda. Certo l'intervento precoce è più "redditizio" ma se i soggetti non lo hanno ricevuto hanno diritto a una opportunità di trattamento. Gli insegnamenti possono essere modificati e resi utili alle esigenze. Sull'adolescente vanno poste in atto strategie di approccio diverse quali la responsabilizzazione, la fiducia, il reciproco rispetto, la gestione dell'insofferenza per l'idea di ingiustizia subita".
A che età secondo lei un intervento può definirsi tardivo?
"Bella domanda, come dire "quando si diventa vecchi?".
Secondo il mio punto di vista un intervento è tardivo quando non può più accompagnare e introdurre la comunicazione in contesti di routine di crescita evolutiva e quindi deve porsi come insegnamento tecnico. Quindi un intervento può essere tardivo a diversi livelli a seconda della "distanza" temporale e cognitiva che si è creata tra richieste dell'ambiente reale di appartenenza e possibilità di risposta".
Alcuni linguisti sostengono che superato il periodo critico per l'acquisizione del linguaggio non ci sia più nulla da fare. Lei mi sembra di capire che valuta invece che le situazioni possano prestarsi ad una maggiore flessibilità.
"In ogni presa in carico della persona sorda è necessaria la valutazione delle variabili soggettive e oggettive quali l'età, il livello cognitivo, integrità e plasticità cerebrale, età di insorgenza della sordità, periodo di deprivazione sonora, apprendimenti, comunicazione, socializzazione, l'ambiente linguistico, la famiglia.
La perdita di adattabilità oltre una "certa soglia temporale", la minore plasticità sono variabili oggettive ma diversificabili da persona a persona, un ulteriore handicap che si aggiunge al deficit uditivo, da tenere in conto nel bilancio e nel progetto per introdurre compensazioni".
In che cosa si differenziano gli interventi tardivi?
"Innanzitutto l'atteggiamento abilitativo che è più tecnico-relazionale, infatti l'obiettivo da raggiungere è esplicito per entrambi i contraenti ed è centrale il lavoro sulla motivazione che diviene condizione di successo o insuccesso della terapia".
E gli obiettivi terapeutici?
"Sono più finalizzati a scopi vicini e raggiungibili e puntano ad una comunicazione funzionale all'autonomia. Inoltre devono essere condivisi con le istituzioni in un progetto globale di accoglienza e integrazione".
Quali difficoltà particolari ha incontrato nel trattamento logopedico con queste persone?
"Le difficoltà maggiori le ho incontrate sul piano della relazione: ad esempio il conflitto tra dipendenza e aspirazione all'indipendenza o gestire l'autocommiserazione e la richiesta di protezione in persone ormai adulte, cercando di evitare che l'handicap diventi la caratteristica centrale della persona".
Lei quindi prenderebbe in carico, poniamo, un ragazzo albanese arrivato in Italia a 17 anni e praticamente analfabeta?
"Si, in un progetto globale interdisciplinare che tiene conto della persona tutta e del suo bisogno di comunicazione, partendo da ciò che sa fare e da ciò che desidera fare. Accanto alla stimolazione acustica finalizzata al guadagno protesico, tecniche di comunicazione aumentatativa e alternativa possono esserci di aiuto. Obiettivo è il raggiungimento della massima autonomia.
Infine, permettimi una provocazione:un 17 enne va in carico a un servizio per l'infanzia che termina il suo mandato al 18esimo anno di età, oppure a un servizio adulti che non c'è?"





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