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La sordità non è un vestito
Valentina PaoliCapita spesso di leggere sulla stampa di iniziative che, attraverso la simulazione della disabilità uditiva, cercano di favorire conoscenze utili all’integrazione sociale delle persone sorde.
Tuttavia la sordità viene sempre definita come l’handicap invisibile e non simulabile. Di fatto è difficilissimo per non dire impossibile sperimentare la sordità vera: molti pensano che tappandosi le orecchie e non sentendo sia possibile provare la sordità. Non è così.
A prescindere dal fatto che di gradi di sordità ce ne sono diversi, con conseguenze completamente differenti sul piano percettivo, tapparsi le orecchie può servire al massimo a simulare un raffreddore.
Anche se nella prova si riuscisse ad eliminare completamente i suoni, ancora saremmo lontani anni luce dalla realtà: il problema della sordità difatti è linguistico piuttosto che sensoriale, perciò in questo ultimo caso si riuscirebbe a simulare al massimo una sordità intervenuta dopo la nascita (postlinguale).
Con problema linguistico non intendo dire semplicemente difficoltà nella pronuncia o nella comprensione di singoli suoni, ma difficoltà nell’architettura cognitiva che sottende la padronanza appropriata della lingua la quale a sua volta è il portale della conoscenza. Si pensi al semplice fatto che solitamente chi "parla bene" viene anche considerato intelligente, mentre al polo opposto potremmo collocare il “selvaggio dell’Aveyron”, il bambino lontano da ogni lingua e considerato un piccolo selvaggio.
Inoltre è da segnalare che spesso e volentieri queste simulazioni si limitano alla transcodifica del messaggio linguistico orale in linguaggio mimico gestuale, facendo così sembrare che la sordità sia automaticamente associata all’uso di un codice linguistico diverso, cosa non vera.
Queste precisazioni potrebbero sembrare un eccesso di perfezionismo, ma vogliono semplicemente essere un avvertimento per le molteplici iniziative che nascono con uno scopo assolutamente nobile ma che rischiano di portare conseguenze negative.
Una visione semplicistica del fenomeno soprattutto da parte degli operatori del settore può portare ad interventi sbagliati, così come nei coetanei e compagni degli alunni sordi può portare invece a facili entusiasmi dalla vita breve oppure ad una grande confusione che rischia di favorire l’esclusione piuttosto che l’integrazione.




